SANTITÀ E VATICANO II

Il Concilio continua e dice: cristiani quindi devono, «con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l’Apostolo che vivano “come si conviene a santi” (Ef 5,3), si rivestano “come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza” (Col 3,I2) e portino i frutti dello Spirito per la loro santificazione (Cfr. Gal 5,22; Rm 6,22)» (LG 40).

Nessun disimpegno allora: non dobbiamo diventare santi, non dobbiamo conquistare la santità, piuttosto dobbiamo viverla come un dono bellissimo ricevuto e non dobbiamo perderla.

Per dirla con le parole del Vangelo: siamo già beati nelle varie situazioni anche difficili della vita (povertà, pianto, persecuzione, ecc.), non dobbiamo diventarlo, dobbiamo però evitare di perdere questa beatitudine. Come si può vedere così cambia la prospettiva, anche se resta impegnativa, e quindi ci può spaventare ugualmente: in questo modo infatti non ci deve essere l’impegno a diventare santi, ma comunque ci deve essere quello a non perdere la santità e quindi alla fine ci può sembrare di essere punto e a capo e di dover faticare molto per essere bravi.

In un certo senso è così, ma per fortuna sempre il Concilio Vaticano I afferma: «Poiché tutti commettiamo molti sbagli (Cfr. Gc 3,2), abbiamo continuamente bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno pregare:

“Rimetti a noi i nostri debiti” (Mt 6,12)» (LG 40). Questo sì che è consolante:
c’è sempre la misericordia di Dio.

Possiamo allora concludere dicendo: siamo già santi per amore di Dio, perché siamo suoi figli; non dobbiamo perdere questo dono, ma viverlo con gioia e riconoscenza; Dio ci aiuta a viverlo ed è sempre pronto a ridarci fiducia anche quando sbagliamo, anche quando non viviamo fino in fondo quello che siamo. L’essere santi non significa allora essere impeccabili e perfetti, ma credere nell’amore di Dio che diventa consolazione e perdono.