“CUORE”: MASSONERIA PER IL POPOLO

È provato che Edmondo De Amicis era (come scrive uno storico di queste cose) «un fratello a pieno titolo della Gran Loggia torinese». Non c’era del resto bisogno della prova dell’affiliazione per riconoscere subito l’impronta della massoneria più classica nell’opera dello scrittore ligure-piemontese.

In effetti, perché quello massonico è il pericolo che la Chiesa, con un istinto significativo, avvertì subito come talmente insidioso da dedicargli il maggior numero di condanne?

Ma perché niente è in apparenza più rassicurante e ragionevole anche per un cristiano non scaltrito, dell’ideologia delle Logge: amore per l’umanità con relativo impegno filantropico, fratellanza, tolleranza, mutuo rispetto, universalismo non disgiunto dell’amor di patria, impegno per il miglioramento morale proprio e degli altri; e così via.

Non c’è, dunque qui, una convergenza con i valori del cristianesimo? Certo: ma con l’avvertenza che ciò che caratterizza questa visione del mondo (che è quella che sta alla base di organizzazioni pur rispettabili e non di rado meritorie come la Croce Rossa, la Società delle Nazioni, certi club a diffusione internazionale) è un’apparenza evangelica senza più la sostanza, la base. Un cristianesimo, ma evirato, perché senza Cristo. “Religiosità”, se si vuole: fondata però non sullo scandalo e la follia di Dio che muore sulla Croce,ma sulla “ragionevolezza” di un Dio immaginato a sua misura dalla “sapienza” umana, un tranquillizzante Grande Architetto dell’Universo, il Garante dell’ordine sociale (la massoneria, non lo si dimentichi, fu sempre, ed è, fenomeno di aristocratici e di borghesi, senza base popolare, che del resto non cerca e non vuole).

La croce è segno di contraddizione, divide; l’innocua idea di un “Dio” senza volto sembra unire. La reazione cattolica (ma non protestante: tra i fondatori, nel 1717 a Londra, della massoneria moderna, ci furono pastori anglicani; molti vescovi delle chiese riformate sono esplicitamente affiliati; sono e furono “fratelli” anche teologi come Albert Schweitzer che, lasciati gli studi biblici, nel lebbrosario di Lambarènè mise in pratica, del resto nobilmente, la sua “filantropia”: esempio poco seguito dai suoi confratelli delle molte P2 e delle Logge del Sud italiano, sulle quali hanno indagato proprio i magistrati antimafia…), la reazione cattolica, dunque, fu dura proprio per questo aspetto ingannevole, per questa “concorrenza sleale”.

Insomma, un “diffidare” delle imitazioni”…

Per tornare a Cuore, l’aspetto di “manuale divulgativo” della ideologia del massone De Amicis è evidentissimo: la “morale” sembra davvero “cristiana”, ma non è basata sulla fede nel Cristo (di cui mai si parla) né sull’attesa della Vita Eterna, bensì sulla fede nell’Umanità e nel Progresso. Il processo di svuotamento e di sostituzione è completo: non vi è alcun cenno, in Cuore, al Natale, alla Pasquao ad alcuna altra ricorrenza cristiana.

I soli accenni religiosi sono lasciati, significativamente, alla madre di Enrico: cose da compatire in quelle donne che, non a caso, non hanno accesso alle Logge… Le antiche feste cristiane sono sostituite da quelle civili; il Vangelo dallo Statuto e dai Codici; i santi dai padri della patria (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, Mazzini); gli ordini religiosi dell’Esercito, visto come “fucina di virtù”; i martiri dagli eroi (il Tamburino sardo, la Piccola vedetta lombarda); l’impegno ascetico dalle virtù del cittadino esemplare; il Decalogo e il Discorso della Montangna dai buoni sentimenti su cui tutti concordano; le processioni dalle sfilate militari.

La vicenda è situata nel 1881-82 nella Sezione scolastica Monceniso, un chilometro appena da una Valdocco ormai in piena dell’attività dei Salesiani di Don Bosco. È documentato l’intento di De Amcis (che, personalmente, fu persona sincera e buona, un galantuomo, funestato dei terribili sventure familiari), di opporre, all’”oscurantismo” rilanciato da Don Bosco nei suoi collegi, le “luci“ delle scuole pubbliche della Nuova Italia liberale e anticlericale.

Operazione riuscita, tanto che, constatando la diffusione di Cuore anche tra cattolici che non riuscivano a scorgere il trucco, i salesiani misero subito in campo il loro don Viglietti che riscrisse il libro (Vita di collegio era il titolo), riportando il Cristo come garante della morale laicizzata da De Amicis.

Pare che l’ormai vecchio don Bosco, letto Cuore, esclamasse ironicamente: «Bello! Peccato però che non funzioni. Come ci si può dire fratelli e comportarsi di conseguenza, sempre, senza riconoscere un Padre comune?».

Domanda oggi più che mai attuale, visto che, finito il dialogo con i marxisti per estinzione dell’interlocutore, è proprio l’umanitarismo liberale di derivazione massonica (anche se spesso inconsapevole) che affascina certa intelligenza cattolica. Non dimentichiamo però di giudicare l’albero dai frutti: i ragazzi di Cuore, cresciuti in quel commovente clima filantropico, saranno poi gli interventisti del 1914.

Saranno gli “oscurantisti”, i cattolici, che tenteranno di opporsi a quella che il papa chiamerà «l’inutile strage». Gli “amici dell’umanità” li troveremo in piazza a invocare «il bagno di sangue rigeneratore», in nome di quella patria che i De Amicis avevano sostituito alla Chiesa.

Tutta la svenevole melassa della pedagogia “nuova” di cui Cuore, pur in perfetta buona fede, è manuale, era l’ideologia, non dimentichiamolo mai, di quella borghesia europea che gestiva con mano spietata gli imperi coloniali, schiacciando sotto il tallone dell’Occidente, proclamatosi “faro del mondo civile”, ogni altra cultura, disprezzata come inferiore.

Era l’ideologia che, mentre diceva di allevare i giovani a valori univerali (tentando, anche qui, di adeguarsi alla cattolicità dell’aborrita Chiesa), esaltava a tal punto i nazionalismi da provocare quelle sanguinose esplosioni periodiche che da allora contrassegnano la nostra storia. Era la società che a Franti, il “malvagio” per eccellenza di Cuore, sapeva solo riservare quell’”ergastolo” in cui il libro, compiaciuto, lo dice definitivamente rinchiuso.

De Amicis si rifaceva al suo amico e concittadino Cesare Lombroso, guru del positivismo scientista, per il quale ci sono uomini che sono criminali per natura: questione di nascita, su cui nulla può l’educazione. Un peccato originale, insomma, ma, a differenza di quello cristiano, senza alcuna redenzione.

Non la pensava così don Bosco che un gorno (l’episodio è famoso), condusse in passeggiata, da solo, proprio i “mostri alla Franti rinchiusi nell’”ergastolo” torinese, il malfamato carcere minorile detto “La Generala”, provando che non erano irrecuperabili come la scienza ufficiale (e i “cuor d’oro” alla De Amicis) affermavano. Ciò che ai moderni maestri filantropi della scuola elementare di Stato Moncenisio era impossibile, non lo era, evidentemente, per chi credeva nel Dio di Cristo e non nel Grande Architetto dell’Universo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *