TU SEI SANTO, SIGNORE DIO!

Francesco ci invita alla lode (FF 261-262):

Lodi di Dio Altissimo

Tu sei santo, Signore, solo Dio, che compi meraviglie.
Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei altissimo,
Tu sei onnipotente, Tu, Padre santo, re del cielo e della terra.
Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dèi,
Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene,
il Signore Dio vivo e vero.


Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza,
Tu sei umiltà, Tu sei pazienza,
Tu sei bellezza, Tu sei sicurezza, Tu sei quiete.
Tu sei gaudio e letizia, Tu sei la nostra speranza,
Tu sei giustizia e temperanza,
Tu sei tutto, ricchezza nostra a sufficienza.
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine.
Tu sei protettore, Tu sei custode e difensore,
Tu sei fortezza, Tu sei rifugio.
Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede,
Tu sei la nostra carità, Tu sei tutta la nostra dolcezza,
Tu sei la nostra vita eterna.


Grande e ammirabile Signore,
Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Benedizione a frate Leone

Il Signore ti benedica e ti custodisca,

mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.

Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace.

Il Signore benedica te, frate Leone.

Il nostro percorso termina con l’inno di adorazione e di lode di S. Francesco. Giunto al culmine del suo percorso di vita e di fede, Francesco non ha altre parole che quelle dello stupore e della lode. Nel biglietto a Frate Leone il Poverello non risponde alla necessità immediata dell’amico carissimo. Parla piuttosto di chi è Dio per lui, a partire da come il suo Mistero ha toccato e trasformato la sua vita. 

Frate Francesco aiuta Frate Leone narrando in modo chiaro la propria esperienza. Il progetto della sua vita è in Dio, dunque è grazia, libero dono! Proviamo a leggere questo testo meraviglioso, individuando un’introduzione, un corpo centrale e una chiusura.

Nell’introduzione e nella fine (Grande e ammirabile…) Dio è contemplato, confessato e riconosciuto come Creatore. Numerosi negli Scritti di Francesco i  riferimenti al Creatore. La fede lo conduce a riconoscere in Dio l’origine d’ogni cosa e il dinamismo profondo che spinge le creature verso la loro pienezza. La santità è l’attributo che ci dice che Dio è Dio, e non il mondo o un idolo. E che il mondo, dunque, è mondo, l’uomo, uomo: il creato ha la sua consistenza e autonomia, l’uomo fiorisce nella libertà responsabile!

Il Dio creatore è cantato da S. Francesco, “uomo cristianissimo”, come “uno e trino”. Nella fede della Chiesa Francesco riconosce che Dio è comunione personale. 

È un Dio vivo e amante quello che Francesco cerca e canta. Per questo egli può chiamarlo “il bene, ogni bene, il sommo bene”: Dio crea per amore un mondo bello e buono. La bellezza del cosmo è ferita, ma il progetto che la Trinità realizza nella storia e oltre la storia continua finchè Dio sarà tutto in tutti. Ecco allora che Francesco può esclamare nel giubilo del cuore: “il Signore Dio vivo e vero”. È il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo, Colui che agisce nella storia dell’uomo,  conduce tutte le creature verso la pienezza della gioia pasquale, animandole con il soffio dello Spirito creatore. 

A questo punto Francesco è trascinato dallo stupore della fede e non può fare altro che cantare il Mistero di Dio, rivelato nella nascita, vita, parola, potenza di amicizia e di guarigione, passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo di Gesù Cristo, il Signore.

Nella parte centrale troviamo le parole: “Tu sei tutto, ricchezza nostra a sufficienza”. Frate Francesco ci dice che l’essenziale della fede cristiana e del movimento cosmico è il Mistero di Dio, rivelato in Cristo. I germi del Regno sono sparsi ovunque, per l’incessante “operazione” dello Spirito, che convoglia ogni particella del cosmo verso la pienezza del progetto di comunione del Padre.

Dinanzi alle “cose” e alle “opere”, alle urgenze e agli obiettivi, all’ansia per le nostre strutture e per il futuro immediato, Francesco ci ricorda semplicemente l’unica cosa necessaria: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia,  e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta”. È una parola esigente dinanzi all’agitarsi della storia e degli uomini, dentro le infinite contraddizioni e l’apparente virulenza del male. È un po’ come il trono di Dio, che resta sereno sopra l’agitarsi de “segni” che abbiamo incontrato nell’Apocalisse. La storia si decide al livello della Sua  Presenza, attiva nel mondo per la potenza dello Spirito del Crocifisso-Risorto. 

Questa semplicità ed essenzialità dell’essere di Dio si rivela nella croce di Cristo. La fede evangelica, la fede propriamente cristiana è adesione personale ad una presenza rivelata-svelata: quella del Dio misterioso, inaccessibile, che si rivela, si dona, si comunica in Gesù Cristo, senza perdere per questo il suo mistero. Il regno di Dio che il Cristo annuncia presente e operante nel mondo, non segue il suo potere di morte. Nella prospettiva evangelica il vero potere è quello del Dio crocifisso: un potere che vuole l’alterità dell’altro fino a lasciarsi uccidere per offrirgli la risurrezione. Perciò il potere assoluto, quello di Dio, del Pantokràtor, s’identifica con l’assoluto del dono di sé, con il sacrificio che comunica la vita agli uomini e fonda la loro libertà. Il Dio incarnato è colui che dona la vita per i suoi amici e prega per i suoi carnefici. Il potere di Dio significa il potere dell’amore. Per “follia d’amore”, colui che è la Vita in pienezza diventa per noi la vita al cuore della morte. È il paradosso stesso dell’amore, così debole nella sua sovranità, così sovrano nella sua debolezza. È proprio quest’amore che Frate Francesco canta nella successione di attributi delle Lodi, solo apparentemente disposti senza ordine. Si tratta delle Virtù, che sono anzitutto di Dio! È dunque Dio che abita in noi Colui che Francesco annuncia e contempla. La sua pedagogia per Frate Leone è quella di aiutarlo a scoprirsi e conoscersi in Dio e non appena in se stessi. Rimanda dunque al mistero ultimo che abita in noi e nel quale possiamo conoscersi e nello stesso tempo accoglierci sempre come mistero. Non si tratta di fare cose, esercitare virtù, vivere dei valori, quanto di entrare con tutti noi stessi, per grazia e con libertà responsabile, nella logica stessa dell’amore del Padre, rivelato in Gesù Cristo. Aderendo a Lui, seguendolo nella vita d’ogni giorno, percorriamo il cammino della vita, l’unico che c’è chiesto. Tutto il Mistero celebrato e contemplato nelle Lodi si realizza oggi, qui, in Frate Leone. La benedizione che lo copre e accompagna attualizza per lui la rivelazione dell’amore umile di Dio che si svela e nasconde nello stesso tempo sulla Croce gloriosa. Non è un mistero lontano, ma prossimo, capace di trasformare la persona e la comunità. S. Francesco contempla con stupore e amore il mistero dell’Eucaristia, nel quale si rivela l’amore umile di Dio attraverso l’offerta della vita di Gesù. Concludiamo il nostro percorso con le sue parole. 

Dalla Lettera all’Ordine   (II, 26-29: FF 221)

Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo il Figlio del Dio vivo. O ammirevole altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a Lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perche siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre.

Prima Ammonizione: Il Corpo del Signore (FF 141-145)

Il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma da ora in poi voi lo  conoscete e lo avete veduto». Gli dice Filippo: Signore, mostraci il Padre e ci basta. Gesù gli dice: «Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto? Filippo, chi vede me vede anche il Padre mio». II Padre abita una luce inaccessibile, e Dio è spirito, e nessuno ha mai visto Dio. Perciò non può essere visto che nello spirito, poiché è lo spirito che dà la vita; la carne non giova a nulla. Ma anche il Figlio, in ciò per cui è uguale al Padre, non può essere visto da alcuno in maniera diversa dal Padre e in maniera diversa dallo Spirito Santo. Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù secondo l’umanità, ma non videro né credettero, secondo lo Spirito e la divinità, che egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati. E così ora tutti quelli che vedono il sacramento, che viene santificato per mezzo delle parole del Signore sopra l’altare nelle mani del sacerdote, sotto le specie del pane e del vino, e non vedono e non credono, secondo lo spirito e la divinità, che è veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati, perché è l’Altissimo stesso che ne dà testimonianza, quando dice: “Questo è il mio corpo e il mio sangue della nuova alleanza (che sarà sparso per molti”) e ancora: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna». Per cui lo Spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, è lui che riceve il santissimo corpo e il sangue del Signore. Tutti gli altri, che non partecipano dello stesso Spirito e presumono ricevere il santissimo corpo e il sangue del Signore, mangiano e bevono la loro condanna. Perciò: Figli degli uomini, fino a quando sarete duri di cuore? Perché non conoscete la verità e non credete nel Figlio di Dio? Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spinto, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero. E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi.

Abbiamo cercato di accogliere il Vangelo di Gesù Cristo nel suo contenuto

essenziale, non riducibile a valori etici, rivelazione del mistero di Dio: “Deus

charitas est” (1 Giov. 4,8).

Accogliendo. Non si tratta solo di un’operazione del nostro intelletto, di una mozione del nostro affetto, di una serie di momenti nelle nostre giornate, né di uno sforzo supremo, ma di lasciare che tutta la nostra vita sia investita, illuminata, travolta e trasformata dalla Buona Notizia.

Il Vangelo. È la Buona Notizia della vittoria, della salvezza. Non è solo la migliore di tutte le notizie che attendiamo, poi appagati o delusi, nella trama della nostra vita. La bontà del Signore ricolma l’abisso delle nostre miserie. A questa grazia dispone l’esperienza che “un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” (Salmo 64,7). 

Gesù Cristo. Non è una dottrina ma un fatto, una persona, un uomo ucciso, risorto, vivente con noi fino alla fine del mondo (cfr. Mt. 28,20). La sua morte in croce e la sua resurrezione per la quale con lui vivono, moriamo e risorgiamo, sono il contenuto essenziale della Buona Notizia.

Questo Mistero Pasquale che si compie con la sua ascesa al cielo alla destra del Padre, è il fondamento e la sorgente inesauribile del vivere cristianamente, dell’etica, del culto, della liturgia, dei sacramenti. Il rinvio abituale ai valori e ai principi del Vangelo, specialmente quando si tratta dell’impegno dei cristiani nel mondo, se prescinde, dà per scontato o lascia in secondo piano il Mistero Pasquale, è un insegnamento fuorviante. E ipotizza un’acqua che non ha sorgente ed è solo virtuale.

“Il mio popolo ha commesso due iniquità:

essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva,

per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua”.

(Ger. 2,13)

Nell’ascolto dell’Apocalisse, abbiamo cercato di operare un discernimento evangelico della nostra vita, con gli occhi pieni della visione dell’amore umile del Dio di Gesù Cristo. Veramente “Lo Spirito di Dio riempie l’universo”! È lo Spirito ad introdurci nella nuova creazione, a convogliare ogni gioia e speranza, ogni lacrima e lutto, ogni senso finalmente disteso e ogni libro ancora sigillato, verso quei cieli nuovi e quella terra nuova che già hanno iniziato ad aprirsi e a germinare tra noi. Vivere nel mondo, cosù com’è, scegliendolo per vocazione come la propria dimora, attinge senso e vigore proprio dalle visioni che l’Apocalisse ci ha dischiuso. La secolarità non trova in se stessa la propria ragion d’essere, ma piuttosto nel Mistero che abita la creazione e la storia. Non possiamo cercare Dio di là della storia e del tempo, perché Egli abita la sua buona creazione, e nel soffio creatore della sua Sapienza e Vita, la sospinge verso la pienezza del bene. Potremo cercare e intravedere questo Mistero ultimo nei tanti germi di novità che solo occhi purificati ed evangelizzati sanno riconoscere. Potremo cercare e scorgere questa presenza nei mille volti della sua stessa assenza, perché il Mistero non si offre a noi come una cosa, ma come la possibilità di una relazione nuova. L’Eucarestia, il grazie e la restituzione universale di tutta la creazione al Padre “con Cristo, per Cristo, in Cristo” nello Spirito creatore, è già l’inizio della nuova creazione, che nel corpo spezzato e nel sangue versato irrompe nel nostro mondo e nel tempo e li orienta verso i cieli nuovi e terra nuova. La condizione del cristiano nel mondo è drammatica, perché immersa nella contraddizione del già e non ancora, e animata da una speranza più grande delle nostre piccole attese. Sosteniamoci ancora nel custodire nella speranza e nel vigilare nell’amore, così da essere donne e uomini della nuova creazione, liberi di obbedire, di vivere senza nulla di proprio e, soprattutto, di amare. 

Sempre. Senza sconti. 

A laude di Cristo. Amen. 

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