DONARE SPERANZA E FUTURO A CHI È IN CARCERE

Il carcere, usato come punizione, o come modalità della giustizia atta a rivelare la natura malvagia del reato, sottopone il detenuto ad una destabilizzante umiliazione. Come cappellano in un carcere, vedo ogni giorno che, se queste fossero le condizioni, il detenuto verrebbe ridotto all’inoperosità, le sue abilità e competenze frustrate,la sua dignità calpestata da una situazione di totale dipendenza. La pena o tende al riscatto o peggiora e distrugge. Il dettato costituzionale però è chiaro: “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27). 

Il carcere va trasformato, la pena detentiva va rimodulata da processi virtuosi che ridiano senso e speranza, come è l’opportunità di un vero lavoro, in carcere o in regime di semilibertà. Lasciare aperte le sbarre, perché non lascino fuori la speranza; quella speranza che può fare il miracolo in chi ha deciso di farla finita con droghe, rapine, violenze … in chi vuole acquisire la cultura del lavoro e della legalità.

La strada per la libertà passa attraverso l’inclusione, la formazione, il lavoro. Ma stare vicini ai carcerati non è facile in un paese dove si ama dire “sbatterli dentro e buttare la chiave”. Come cristiani dobbiamo lavorare per il cambiamento. La “Giornata del povero” ci ricorda che i carcerati sono poveri: poveri di libertà, poveri di speranza, poveri di opportunità di riscatto …

La nostra società infatti tende a punire per sempre che è stato in galera. Dovunque vada sarà comunque un “ex” detenuto, ex mafioso, ex qualcuno … Non importa se ha deciso di “cambiare”, sarà sempre considerato persona poco affidabile.

Cooperative e altri soggetti sociali in sinergia con gli operatori carcerari aiutano i detenuti nel loro cammino verso la libertà, il lavoro e la famiglia, ma poco potranno fare senza la stima, l’aiuto e l’attenzione di ognuno di noi.

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